DECADENZA BERLUSCONI

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

GIORNO 28 NOVEMBRE MERCOLEDI ORE 17.45

CORRIERELa coda avvelenata (di Antonio Polito)

Poteva finire meglio, questo lungo pezzo di storia d’Italia? Sì che poteva. E doveva. Forse non è neanche finito; e infatti già si ricomincia, berlusconiani contro antiberlusconiani. E poi il modo. Nella sede istituzionale di Palazzo Madama Berlusconi viene dichiarato decaduto in contumacia, mentre si asserraglia in quella privata di palazzo Grazioli con i suoi sostenitori, nella iterazione di un contrasto perenne tra piazza e Palazzo. E infine il clima. Surreale. Con gli sconfitti più loquaci dei vincitori, che si costringono a una compostezza quasi imbarazzata come i senatori del Pd, o appaiono smarriti, come i Cinquestelle, all’improvviso orfani del feticcio dell’ammucchiata contro cui scagliarsi e privati del monopolio dell’opposizione…

LA STAMPAL’addio che è mancato (di Marcello Sorgi)

Non è affatto scontato, come ieri al contrario erano in molti a sostenere, che il voto per la decadenza di Berlusconi da senatore corrisponda alla sua fine politica. E tuttavia, la sua esclusione dal Parlamento, la condanna definitiva per frode fiscale, e quelle che tra poco lo saranno per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile, oltre ai processi appena aperti per compravendita di parlamentari e corruzione di testimoni, mettono il Cavaliere in condizioni precarie.  
 
Inoltre, hanno il loro peso l’età ormai avanzata e il normale logoramento di vent’anni in politica. Se non è proprio la fine, è chiaramente l’inizio di un declino che potrebbe essere rapido e ripido…

REPUBBLICAL’eccezione è finita (di Ezio Mauro)

Tutto è consumato, dunque. Quasi quattro mesi dopo la condanna definitiva per frode fiscale Silvio Berlusconi deve lasciare il Parlamento perché il Senato lo dichiara decaduto, e non potrà candidarsi per i prossimi sei anni. Tutto questo in forza del reato commesso, della sentenza pronunciata dalla Cassazione e di una legge che le Camere hanno approvato un anno fa a tutela della loro onorabilità istituzionale, come risposta alla corruzione montante e agli scandali crescenti della malapolitica. Persino in Italia, quindi, anche per un leader politico, addirittura per uno degli uomini più potenti del ventennio, valgono infine le regole democratiche dello Stato di diritto, e la legge si conferma uguale per tutti. Un processo è riuscito ad andare fino in fondo, l’imputato ha potuto difendersi con tutti i mezzi leciti e anche con quelli impropri, finché tutto si compie e le sentenze si eseguono, con tutte le conseguenze di legge. È certo una giornata particolare quella in cui si decide l’espulsione dal Senato di un uomo di Stato che ha guidato per tre volte il Paese come premier. Ma l’eccezione non è la decadenza, che segue la norma, una norma che il Paese si è dato da sobrio per essere regolato quand’è ubriaco, quando cioè il comportamento improprio dei suoi rappresentanti prende il sopravvento e viene certificato e sanzionato…

IL GIORNALEIl coniglio ed i piccoli uomini (di Alessandro Sallusti)

Piccoli uomini, senza il senso della Storia, della giustizia e della libertà hanno messo in scena una Piazzale Loreto bis, aggiungendo vergogna a vergogna nazionale. Il piccolo presidente Napolitano, detto dagli amici «il coniglio», si è goduto lo spettacolo al riparo della fortezza del Quirinale durante la giornata, per poi festeggiare in serata all’Opera di Roma. Ha mandato avanti, il coniglio, un altro piccolo uomo suo servitore, che guarda caso è un fresco ex pm. Si chiama Pietro Grasso, da poco è presidente del Senato. Il Grasso ha diretto il plotone di esecuzione violando anche le ultime norme che erano rimaste da violare, così, tanto per non farsi mancare nulla. Gli altri non meritano neppure citazione, tanto piccoli uomini si sono dimostrati. Faccio un’eccezione per il piccolo Schifani, il più infido tra i traditori di Forza Italia. Nei suoi mielosi interventi dentro e fuori l’aula per l’ipocrita difesa di Berlusconi, ha detto di sentire un «dovere morale». Dichiarazione fuorviante perché potrebbe far credere ai più distratti che lui sappia che cosa sia la morale. Meglio avrebbe fatto a dire: faccio così perché sono «uomo d’onore».
E come sempre, quando c’è da fare scorrere sangue senza nulla rischiare, non potevano mancare gli intellettuali. In questo caso si chiamano “senatori a vita”, tipo l’architetto Renzo Piano e lo scienziato Carlo Rubbia. Parliamo di due amici di Napolitano (tanto amici che ce li farà mantenere a noi fin che campano) che l’Italia sanno a malapena dove è sulla cartina geografica. Ma hanno un pregio persino superiore ai loro meriti accademici: sono rigorosamente di sinistra. Ieri, per la prima volta da quando sono stati nominati, hanno onorato (si fa per dire) il loro lauto vitalizio e si sono presentati in aula per partecipare alla mattanza e da domani, orgogliosi, racconteranno l’avventura e l’emozione alle dame dei salotti radicalchic, sorseggiando champagne tra una tartina di caviale e l’altra.
Questa è l’Italia che vorrebbe riscrivere la storia: due compari siciliani, Grasso e Schifani (fino a pochi mesi fa il primo praticamente indagava sul secondo), quattro rimbambiti grillini (che se Berlusconi non avesse governato a lungo mai e poi mai avrebbero avuto la giusta libertà di dire e fare ciò che hanno detto e fatto negli ultimi anni), un centinaio di senatori di sinistra così ipocriti e vigliacchi da non fare scattare neppure l’applauso all’annuncio della decadenza. Se l’avessero fatto, li avrei rispettati. Ma in tal caso si parlerebbe di uomini, non di piccoli uomini.


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