LA PERCEZIONE DEL TEMPO

Dal film “L’uomo che visse nel futuro – The Time Machine” diretto dal regista George Pal (1960), basato sul romanzo di H. G. Wells “La macchina del tempo” (1895). George incomincia il suo viaggio con la macchina del tempo di sua invenzione: il 31 dicembre 1899 è la data di partenza. Intorno alla macchina il tempo incomincia a scorrere a gran velocità. Le ore e i giorni scivolano via rapidi come secondi. I fiori sbocciano e appassiscono, il sole sorge e tramonta, le stagioni trascorrono nel volgere di pochi minuti. Solo l’uomo seduto nella macchina resta identico a se stesso…

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ECCO UN INTERESSANTE  ARTICOLO SULLA QUESTIONE TEMPO

di 2 Grandi Giornalisti: Sergio Tracchi e Rolando Cimicchi

AI QUALI VA IL MIO GRANDE ED IMMENSO GRAZIE

PER LO LORO STUPENDA DESCRIZIONE DEL PEMPO

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La nostra realtà quotidiana è costantemente caratterizzata da questi due elementi, arrivando a condizionarci in modo spesso soffocante. Anche perché il modo in cui li avvertiamo è sempre sottoposto a eccessi: troppo o troppo poco. Mai contenti noi altri. Se possiamo affermare che lo spazio esiste perché “lo percepiamo” attraverso i sensi, altrettanto non possiamo fare con il tempo. Lo scorrere di esso, per noi, è legato a tutta una serie di fenomeni sia naturali che artificiali: il giorno e la notte, l’alternarsi delle stagioni, la nascita e la morte, ma anche, eccolo qua!, l’orologio. La misurazione del tempo. L’orologio è significativo (oltre che un perfetto schiavista). Ci segnala costantemente lo scorrere inesorabile della linea immaginaria su cui ci muoviamo, eppure se è fermo significa che lo è anche il tempo? Interessante, vero? Questo ci porta alla considerazione materiale, nello spazio, del concetto di tempo. Prendiamo un DVD. Esso contiene dei dati sotto forma di immagini e suoni. È un oggetto che percepiamo nel piano fisico, spaziale, ma fino al momento in cui lo inseriamo in un apposito lettore non ci procura nessun “spostamento” temporale. È nel momento in cui il DVD inizia a essere riprodotto dal supporto che vediamo delle immagini e ascoltiamo dei suoni: le informazioni in esso contenute iniziano un processo di movimento nel tempo: da “inizio” a “fine”. Questo spostamento non esiste se non nella nostra percezione. La durata del DVD è regolata dall’unità di misura del tempo che tutti conosciamo: il secondo (e le sue misure più ampie: minuto, ora, giorno, mese, etc.). È solo una convenzione. Un’illusione. I dati del disco sono lì, senza tempo, senza “spostamento”, ma sono reali in quanto parte di un supporto materiale. C’è il dischetto e poi c’è chi ci sbatte dentro i dati. Fermi, immobili, fino a quando non vengono inseriti nel lettore. Quindi, se il DVD non viene riprodotto il tempo che fine fa? E quale tempo? Se l’orologio rallenta la sua corsa, il tempo rallenta a sua volta? E se il tempo che noi regoliamo con i nostri meccanismi è una convenzione, che cos’è il tempo esattamente?

Esiste il tempo? (Coraggio…è venuto mal di testa a molti a questo punto). Diamo uno sguardo ai grandi pensatori. Per Aristotele il tempo era “un sistema per misurare come si muovono le cose; se non c’è nulla che si muove, non c’è tempo”. Per Newton, altresì, il tempo passava per un immenso spazio vuoto anche se non accadeva nulla e non c’era nulla. Cioè, il tempo passa a prescindere da tutto il resto. Agostino d’Ippona, quel vecchio burlone, disse: «Il tempo? Se non me lo chiedi so cos’è, ma se me lo chiedi non lo so più».  Poi è arrivato Einstein e molte cose sono cambiate. Il fisico tedesco ne sapeva una più del diavolo e si accorse che nell’intervallo che va tra quello che definiamo “passato” e quello che definiamo “futuro” c’era altro: il “presente”. Eh, lo so, ai più sembrerà una stupidata, ma ai tempi di Albert non era così scontato. Il presente aveva goduto di scarsa considerazione perché troppo breve. Cioè, tu pensi “io sono qui, adesso”, ma adesso è già passato, caro. Perché nel momento in cui tu parli con noi, di fronte a noi, l’intervallo tra passato e futuro è di poco più di un nanosecondo e, caspita!, mica te ne accorgi! Ma se comunichiamo a distanze planetarie, ad esempio uno sulla Terra e uno su Marte, allora non possiamo avere una conversazione “diretta”, perché chi fa la domanda dovrà attendere che l’altro la riceva: circa quindici minuti (e viceversa, ovvio). Quei quindici minuti come li consideriamo? Come un “adesso” un po’dilatato? Le logiche conseguenze di ciò sono imponenti: non possiamo dire “in questo momento nell’universo le cose sono in questo modo o nell’altro” perché non esiste un “questo momento”, nell’universo. E’ tutto relativo. E Albert, lassù, adesso sta facendo la òla… (Questi ultimi passaggi sono liberamente ispirati dalla bellissima intervista fatta da Pietro Greco de L’Espresso al fisico Carlo Rovelli nel 2014) Bene, ora che abbiamo capito che il tempo è un concetto fumoso possiamo esimerci dal considerarlo? No. Non possiamo perché sull’asse invisibile del tempo noi ci muoviamo in modo “condizionato” dal concetto stesso di tempo che abbiamo stabilito.  Ok, fate un bel respiro e andiamo avanti…Quando siamo in compagnia di una persona piacevole sembra che il tempo scorra più veloce. Quando facciamo qualcosa di faticoso o noioso il tempo sembra non passare mai. (In entrambi i casi una vera rottura). Eppure, il tempo standard dell’orologio è sempre lo stesso. La risposta è (come anticipato) nella percezione del tempo che ha ognuno di noi rispetto a un evento. La percezione (l’illusione) del tempo è ad appannaggio della nostra mente ed essa ne dispone come vuole, soggettivamente; il conscio e l’inconscio reagiscono in modo differente, non lineare, a questa simpatica canaglia.

Illusione del Tempo L’illusione del tempo è un modo straordinario di staccare le persone da più elevati stati di coscienza. Spieghiamo: la convenzione “dell’orologio” ci impone ritmi che spingono le nostre vite in direzioni prestabilite, ma sappiamo chesognare a occhi aperti o perderci in altri pensieri sono modi per identificare alcuni stati di alterazione della nostra percezione; quando facciamo queste cose il tempo smette di avere la sua pesante (e invadente) presenza perché non lo sentiamo. Se ad esempio ci mettiamo in meditazione entriamo in uno stato di coscienza dove quel rompiscatole non può venire a raggiungerci per ricordarci che dobbiamo preparare la cena. In questi e in altri casi il tempo “non esiste”, se non nelle lancette dell’orologio o sugli appuntamenti della nostra agenda. La linea immateriale che delimita il passato, il presente e il futuro è un concetto e, come tale, ha una validità relativa (Einstein, lo so che ci adori!). La parola “adesso” è un paradosso. Se diciamo “adesso” in realtà è già passato, ma mentre lo pronunciamo È presente, anche se per un nanosecondo. Quindi è presente o passato? Per noi umani il concetto di Presente è essenziale, perché in esso noi riconosciamo il momento che stiamo vivendo. È una unità di misura convenzionale che ci serve per delimitare un evento nello spazio. Purtroppo, ahimè, è un’illusione nell’illusione, ma ne abbiamo bisogno perché ci aiuta a non perderci. Una specie di bussola. Certo, lo so, è un maledetto rompicapo… Non possiamo intervenire sul passato, perché appunto, se n’è andato. Sul futuro ci perdiamo il sonno, preoccupati di cosa accadrà, come sarà, perché sarà, ma anche su quello abbiamo poco da fare. Sono troppe le variabili da considerare e non solo le nostre (le interazioni con gli altri, gli eventi casuali). Quindi, ci rimane il presente. Che è già passato. Eh, sì, il tempo ci domina, niente da dire. Posto che a questo punto qualcuno potrà averci già mandato a quel paese, desideriamo buttarla decisamente sul complicato («Ah, sì? Perché fino adesso, invece? »).

 


 
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