LE RAGIONI DEL NO AL RIFERENDOM TRIVELLE

LE RAGIONI DEL MIO NO AL REFERENDUM DEL 17 APRILE
Pierluigi Vecchia ci spiega perché non si recherà alle urne per votare al referendum del 17 aprile.
Sono geologo e lavoro nell’E&P da 20 anni. Vengo tacciato spesso di essere al soldo dell’industria e in conflitto di interesse; sono più semplicemente un esperto della materia. Conosco la cultura della sicurezza dei lavoratori, il valore “di conoscenza” di questa industria, quei rudimenti di economia che mi permettono di sapere perché questo settore è fondamentale per uno sviluppo serio e sostenibile del nostro Paese. Con orgoglio posso dire di non aver mai mancato una votazione ma questa volta siamo di fronte a un enorme errore: questo referendum è inutile, sbagliato, dannoso per lo strumento stesso del referendum, delegittimato e sminuito a mero atto di forza fra opposte fazioni. E dannoso per le conseguenze sulla credibilità e sulla crescita di questo Paese. Ecco perché. L’uso di terminologia “politica” e non tecnica è ormai strumentale alle ragioni del Sì. È più comodo parlare di trivelle che di impianti di perforazione; ma le prime sono usate per piantare i paletti dei vitigni, installare pali di sostegno, perforare pozzi per l’acqua, i secondi sono complesse macchine industriali che necessitano di tecnologia sofisticata per condurre le operazioni correttamente anche per la salvaguardia ambientale e la tutela dei lavoratori. Ed è più comodo parlare di “trivelle” che di impianti di produzione: le prime colpiscono molto più l’immaginario collettivo.
Il quesito: non è un referendum sulle trivelle come tanti vogliono far credere, ma sulla durata delle concessioni governative per impianti di produzione già esistenti entro 12 miglia marine dalla costa. Con la vittoria del SI, circa 30 concessioni di produzione e circa 100 impianti di produzione non avranno la garanzia di poter continuare a produrre dopo la scadenza naturale, anche se continuerà ad esserci risorsa da produrre: solo una decina di impianti producono petrolio, gli altri gas. Gli impatti operativi di una vittoria del SI sarebbero quindi quasi esclusivamente sulle infrastrutture per il gas, che l’ambientalismo illuminato riconosce come la fonte essenziale per traghettarci verso un futuro di energie “altre”. La paura di incidenti. Ma la legge prevede analisi di rischio, azioni di mitigazione e di prevenzione, piani di monitoraggio e di emergenza, garanzie finanziarie. E il nostro Paese è all’avanguardia sia per la normativa che per tecnologia e professionalità. In 50 anni di attività in Adriatico, più di 1500 pozzi perforati e 150 impianti di produzione, è accaduto un solo incidente degno di nota ma senza inquinamento rilevante: nel 1965 la piattaforma Paguro (gas naturale) si incendiò e si inabissò causando la morte di tre tecnici. Ora quel relitto è un Sito di Interesse Comunitario, un luogo ricchissimo di fauna e flora marina e ricercato per escursioni subacquee. Non conosco altre attività industriali che abbiano performance di sicurezza comparabili. Chi racconta di potenziali incidenti nell’Adriatico analoghi a quello del Golfo del Messico del 2010 racconta una favola: non esistono le condizioni geologiche, di giacimento, meteo-marine, tecniche, normative per cui possa accadere qualcosa di analogo. Sfido chiunque a trovare analogie fra il nostro mare e il Golfo del MessicoSugli inquinamenti del mare i dati del Ministero dello Sviluppo sono chiari: non è mai accaduto alcun inquinamento rilevante nei nostri mari causato dalle piattaforme di produzione. L’evento inquinante più rilevante accaduto nei nostri mari è dell’aprile 1991: la petroliera Haven si inabissò nel golfo di Genova, provocando la morte di cinque persone e la perdita di migliaia di tonnellate di petrolio; trasportava petrolio che avevamo importato. Ma il referendum non tratta di questo. Gli impatti politici e industriali sarebbero sulla credibilità di questo Paese, sulla certezza del diritto. Oggi tocca alle aziende petrolifere, domani potrebbe toccare al settore delle penne a sfera o dei pannelli solari. Chi può dirlo? Così come gli impatti sul mondo del lavoro: la crisi globale ha messo in ginocchio tantissime aziende e lavoratori, e l’eccellenza italiana è particolarmente esposta, perchè in molti sono già senza lavoro o in cassa integrazione. Si sono già perse alcune migliaia di posti di lavoro. Continuiamo a farci del male mandandone a casa altri? Ce lo possiamo permettere? Molte Università italiane puntano sulla formazione dei giovani in questo ambito: gli impatti sulla formazione dei giovani e sulla conoscenza sarebbero devastanti. Perché idrocarburi e geoscienze sono legati indissolubilmente. I dati del sottosuolo sono una preziosa fonte di informazioni: permette a noi geologi di conoscere il territorio, e di spiegare a voi cittadini la pericolosità e il rischio sismico e vulcanico. Questo non è un referendum voluto dal basso: chi ha provato a raccogliere 500 mila firme non ci è riuscito, sono stati 9 Consigli regionali a richiederlo. E non è neanche un referendum trasversale: 7 Consigli sono a guida dello stesso partito di maggioranza. Da cittadino ho il forte sospetto che dietro ci sia un qualche regolamento di conti all’interno del partito, cavalcato da questo strano associazionismo ambientalista per meri intenti di visibilità, di tessere, di tornaconti. Questo è un referendum voluto dalla politica, quella più meschina ed opportunista. Si vuole dare una valenza strategica di alto livello a questo referendum, per orientare il decisore verso le rinnovabili. Ma siamo già un Paese virtuoso: siamo secondi in EU per generazione di elettrico da FER. E la Strategia Energetica Nazionale del 2013 è molto chiara: il decisore è già orientato in quella direzione. Tutti i principali paesi non solo europei hanno intrapreso questa strada, ma nessuno ha “fermato le trivelle”. Vogliamo ridurre i consumi e gli sprechi e accelerare lungo la strada delle fonti rinnovabili? Io ci sto, ma questo referendum non serve. Vogliamo elevarlo a decisione strategica? Esiste nella nostra democrazia lo strumento della Legge di iniziativa popolare: “art.1. é vietata sul territorio italiano e nelle acque territoriali qualunque attività di esplorazione, produzione e stoccaggio di idrocarburi nel sottosuolo. Tutte le attività in essere devono chiudere entro 6 mesi dalla approvazione della legge”. Proporla sarebbe un atto coerente con la valenza strategica che si vuole dare al referendum; sarebbero così chiare le responsabilità di questa scelta. Io sono ambientalista. Sono convinto che in un futuro molto prossimo altre fonti dovranno sostituire le fossili. Ma non possiamo pensare che la transizione energetica possa essere fatta dall’oggi al domani. O che dall’oggi al domani tutti i derivati del petrolio possano essere sostituiti da… cosa? Bruciare gli idrocarburi è una enorme stupidaggine, ma da questo a fermarne la ricerca e la produzione è solo ideologia spicciola. Pragmatismo, questo serve: fra la fotografia dell’oggi e il sogno del domani deve esserci un percorso del “frattempo” che non possiamo tralasciare, sarebbe pura demagogia. Le fonti energetiche devono essere sviluppate tutte, insieme piuttosto che invece. Si chiama mix energetico ottimale, di fonti e di posti di lavoro. Per questo mi avvarrò del diritto di non andare a votare: per difendere il valore stesso del referendum.


 
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