TIROIDE

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Il termine anatomico tiroide, che si riferisce alla grossa ghiandola situata nella parte anteriore del collo, deriva da un vocabolo indoeuropeo che significa pietra con funzione di porta. Lateralmente ad essa passa un muscolo che nel punto ove tocca la ghiandola si chiama cleido, termine che significa chiave. Per gli antichi quindi la tiroide rappresentava la porta d’ingresso nel torace, a controllare e proteggere strutture vitali quali i polmoni e il cuore. Questo escursus etimologico ci aiuta a capire la funzione della ghiandola e ad interpretare il significato delle patologie che la riguardano. Già parecchi decenni fa era stato notato che la deficitaria funzione di questa ghiandola porta alla diminuita resistenza verso gli agenti esterni capaci di determinare malattie. Il soggetto ipotiroideo è poco atto a difendersi dagli sbalzi di temperatura ed è frequentemente preda di patologie cutanee, di tipo acneico, e respiratorie, di tipo catarrale. Gli ormoni tiroidei attivano a livello dei vari tessuti, i processi ossidativi, nell’ambito dei quali viene prodotta energia e calore e vengono combuste le tossine. Questo spiega perché nel deficit tiroideo ci sia una minore resistenza dell’organismo alle intossicazioni da metalli pesanti e altri inquinanti. Secondo le più recenti ricerche una tiroide lievemente iperfunzionante, nonostante possa causare qualche sintomo soggettivo, garantisce una vita più lunga rispetto ad una tiroide normofunzionante. Nell’ipotiroidismo si nota un invecchiamento globale dell’organismo, per un torpore di tutte le funzioni vitali che porta all’atrofia dei parenchimi nobili e ad una proliferazione del tessuto inerte di sostegno. Il soggetto ipotiroideo non è solo iporeattivo e senescente a livello mentale, ma anche immunologico, con una scarsa capacità di difesa nei confronti di malattie infettive, degenerative e neoplastiche. La soluzione sembrerebbe facile: basta monitorare la funzione tiroidea e integrare generosamente ai primi sintomi di deficit. In realtà il problema è più complesso, bisogna sempre valutare il singolo caso, individuando le caratteristiche espressive della patologia. Fino a qualche decennio fa il cattivo funzionamento della tiroide si manifestava prevalentemente con la formazione di un gozzo, ovvero con un ingrossamento compensatorio della ghiandola che si verificava soprattutto in alcune aree geografiche, sia per ragioni ambientali che per carenze alimentari. Ai nostri giorni invece la causa più frequente è l’atrofia della ghiandola, spesso proprio per eccessivo consumo di quelle stesse sostanze alimentari un tempo carenti e per opposte sollecitazioni ambientali. Infatti se lo jodio in passato era quasi sempre la soluzione per le carenze tiroidee, oggi è uno dei fattori principali di infiammazione della ghiandola e di una sua patologia molto frequente: la tiroidite autoimmune. Analogo effetto causano infezioni, solitamente virali, a livello dell’orofaringe, spesso legate a una scarsa reattività immunologica. Volendo quindi sostenere la funzione di questa fondamentale ghiandola, è molto più opportuna, se non c’è una carenza gozzigena di jodio, la somministrazione di selenio, elemento che facilita la trasformazione dell’ormone tiroideo dalla forma inattiva a quella attiva e che esercita un effetto di protezione sulla struttura ghiandolare. Una prima conclusione, per questo argomento che intendo riprendere, è che il tenere allertate, con rimedi naturali privi di effetti collaterali, fin da giovani, le difese immunologiche, e supplementare la dieta con piccole quantità, a seconda dei casi, di jodio o selenio, è la miglior strategia per conservare integra la dinamica porta del nostro organismo.


 
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