LA NEVE NEI TEMPI PASSATI

UN NORMALE GIORNO DI NEVE

Anche oggi nel mio Comune hanno deciso la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, perché nevica. La cosa non manca di suscitare polemiche, a cui non partecipo perché la cosa non mi interessa e non mi riguarda, se non per il fatto (piacevole) che magari mi portano il mio nipotino Giulio da tenere e con cui passare la giornata. Per il resto, ripeto, la faccenda mi è indifferente. Quando andavo a scuola io, il problema non sussisteva. Nevicava così spesso che a nessuno sarebbe venuto in mente di chiudere le scuole per quello. Da bambino a scuola ci andavo a piedi, e se c’era la neve la lunga camminata, nel mio paesino di campagna imbiancato, era ancora più bella. Tutto qui. E quella camminata non era la prima cosa del giorno che facevo. Mi alzavo presto, a buio. Un tazza di caffelatte con pezzi di pane raffermo rimasto dai giorni prima e una spolverata di zucchero. Poi c’era un lavoro da fare, perché il babbo e il nonno erano già in giro per il loro, di lavoro, e quindi toccava a me. Toccava a me andare nel pollaio, alle stie dei conigli e in tutta l’aia a fare una cosa necessaria: togliere dagli abbeveratoi il blocco di ghiaccio che li aveva riempiti di notte, e mettere acqua, altrimenti gli animali non potevano bere. Un’occhiata anche nella stalla, un po’ di fieno, e tutto era fatto. Non è che ci volesse poi molto. Rischiavo di lasciarci le mani, che si congelavano, ma tornando in casa le tenevo aperte sopra la stufa a legna e il sangue ricominciava a pompare e a scaldare le vene. Poi a scuola. Anche lì, nell’aula, c’era una stufa a legna, che noi bambini, a turno, riempivamo con i pezzi di legno che il bidello portava dentro (o che ci andavamo a prendere, come del resto facevamo anche a casa). Al ritorno da scuola, dopo mangiato, c’era un’altra incombenza che faceva parte dei miei compiti: andare a prende l’acqua. Non avevamo l’acqua corrente in casa, quella del pozzo non era potabile, e comunque in inverno per attingere dal pozzo ci sarebbe stato da spaccare lo spesso coperchio di ghiaccio che si formava in superficie, e la cosa non era semplice. Quindi, armato di orci e bidoni, andavo a piedi alla fontana. L’andata era agevole, il ritorno con i recipienti pieni lo era meno, ma l’esercizio mi aveva fatto le braccia e le gambe forti. Le gambe non solo forti, ma anche insensibili alla temperatura: portavo i calzoni corti tutto l’anno, come tutti gli altri bambini, e la pelle si era abituata al gelo. Spesso la fontana non funzionava, perché il ghiaccio ne bloccava i tubi; allora un signore che abitava dall’altra parte della strada vi accendeva accanto un fuoco, e io stavo lì, col vapore che mi usciva dalla bocca che si confondeva col fumo della legna, ad aspettare. Quando l’acqua tornava a scorrere, facevo il mio lavoro. Poi a casa, i compiti di scuola, poi altri, perché gli animali dovevano non solo bere, ma anche mangiare. La sera sarei volentieri andato a letto dopo Carosello, ma siccome la tivù non l’avevamo andavo a dormire poco dopo cena, perché tra l’altro ero un po’ stanchino. Non c’era riscaldamento nelle stanze da letto, ovviamente, ci faceva la brina dentro, ma una montagna di coperte riparava alla grande, o quasi. Il mattino dopo, a buio, ancora ghiaccio da togliere, neve da calpestare per andare a scuola, acqua da andare a prendere alla fontana. E trappole da mettere per prendere i passeri (oggi non lo fari manco morto, ma allora li mangiavamo, e procurarsi la cena era ritenuta cosa buona e giusta), giochi da fare con gli altri bambini, palle di neve, slittino sull’argine del fiume. Insomma, erano solo normali giornate di neve, a cui siamo “sopravvissuti”, come si vede.


 
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